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Foto: Giovanni Zanzani

Vi sono tre date importanti nella vita dello scrittore Giovanni Zanzani, la prima è il giorno di maggio 1965 quando il professore di italiano lo caccia dalla classe perché non è al passo con la lettura del canto dantesco in corso in quel momento. Il giovane, raggiunti i gabinetti del liceo, può finalmente dedicarsi alla lettura dell’Orlando Furioso, opera che lui preferisce. La sua carriera scolastica, come è facilmente comprensibile, prende una china rovinosa, ma il suo carattere si giova di quella precoce scelta, evitando di precipitare nell’abisso di tristezza che caratterizza i soggetti sovraesposti all’Alighieri. Una decina d’anni più tardi lo troviamo sulla riva del mare a varare il catamarano che ha costruito con le proprie mani, la piccola barca porta il nome di Aureliano Buendìa, a testimonianza della passione che egli nutre per Gabriel Garcia Marquez. Il terzo giorno memorabile è quello della sua laurea in Medicina e Chirurgia, quando davanti alla commissione d’esame è costretto a discutere di malassorbimento intestinale, tesi che gli è costata tempo e fatica, ma che è nulla rispetto a quella “Dissertazione sulle origini del corpo umano con una appendice sui sentimenti” che egli ha composto rubando tempo al sonno nelle lunghe notti del suo soggiorno felsineo e che rivela l’inclinazione sempre più forte verso la narrativa. Tale opera si perde nei festeggiamenti dell’addottoramento, tant’è che oggi non ne rimane una sola copia. Egli stesso interrogato sulla questione ammette che quel primo frutto letterario è irrimediabilmente perduto.
Le sue opere finora pubblicate sono Come fu che il signor Arturo perse una scarpa, raccolta di racconti brevi composti per la rivista on-line “Incubatoio 16”, (poi comparsa a puntante sul portale www.SburOver.it), e La zia Geltrude e il branzino, opera di narrativa data alle stampe dalla casa editrice Marlin.